Set 022014
 

di Alfredo Faetti SCARLINO In certi campi non è così semplice dare una definizione chiara alle cose. Ad esempio, scavando nelle documentazioni che si sono accumulate nel corso dei decenni, viene fuori che la stessa materia può essere classificata sia come «rifiuto» che come «sottoprodotto», a seconda dell’uso che se ne fa. E la Nuova Solmine di Scarlino ha avuto le autorizzazioni per trattare le ceneri di pirite in entrambi i modi, anche se poi le ha sempre vendute, utilizzandole quindi come prodotto. Il doppio asso nella manica risale addirittura al 1997, all’epoca del decreto Ronchi, il primo a chiudere in uno schema ben delineato la questione rifiuti. Ma la doppia possibilità, seppur teorica, non ha convinto l’Ispra, che ha bloccato questo mercato della società in quanto «difformemente da quanto indicato nel decreto di Aia che invece le annovera tra i rifiuti destinati all’attività di recupero». Da qui è nata la nuova istanza della Solmine, con cui chiede di poter continuare a utilizzare le ceneri come sottoprodotto, che arriverà al ministero nelle prossime settimane per una decisione definitiva, sicuramente entro settembre. La discussione sull’asse Casone-Roma è già partita da tempo, con incontri tra rappresentanti della società e funzionari ministeriali per venire a capo della situazione. Dopo la denuncia del deputato Forza Italia Monica Faenzi e degli ambientalisti, sono molti gli aspetti del polverone che si è alzato. E se da una parte si aspettano gli sviluppi dell’inchiesta, dall’altra l’azienda di Luigi Mansi vuole chiudere al più presto la questione delle ceneri di pirite: non solo per dimostrare di aver fatto tutto in modo corretto, ma anche per far riprendere un mercato che, per quanto secondario nel proprio bilancio, ha un’ottima risposta, come dimostrano le pressioni a Roma di cementifici come la Buzzi Unicem e la Venezia Mineraria, che hanno stoppato la produzione ora che la Solmine non può rifornirli. Il momento decisivo per sbloccare almeno questo stallo si avrà a breve, dato che tutta la documentazione è già in mano al ministero. Un faldone che si aggira, ancora una volta, attorno ad una definizione: «mercuriali». Così sono sempre state identificate le ceneri di pirite, trattate come qualsiasi prodotto industriale fino al 1997, anno in cui l’allora ministro Edoardo Ronchi (governo Prodi) si prepara ad emettere il suo decreto, annunciato per giugno, con la sensazione che le ceneri possano passare da «prodotto» a «rifiuto». Alla Solmine così si gioca d’anticipo: chiedere l’autorizzazione in semplificata alla Provincia prima che cambi il quadro normativo, così da poter continuare a utilizzare le ceneri già pronte per il commercio. Servono 90 giorni per il rilascio di questa autorizzazione e chiederla con tre mesi di anticipo permetteva alla società di non subire interruzioni che ci sarebbero state se la richiesta fosse arrivata solo a decreto approvato. La Provincia diede l’ok, ma Ronchi spiazza tutti, stabilendo che i mercuriali che hanno mercato continueranno ad avere le stesse caratteristiche. Insomma, vendute o smaltite, l’importante è che spariscano. La società scarlinese così si trova un’autorizzazione nel cassetto che in realtà non utilizzerà mai. Arriviamo così al rilascio dell’Aia nel 2010, che definisce le ceneri un «rifiuto». O meglio, andiamo direttamente al 2011, quando il ministero richiede tutte le autorizzazioni in mano alla Solmine: quelle relativa agli scarichi, alle emissioni e appunto alla ceneri. I controllori chiedono alla società se, forte del permesso ottenuto nel ’97, abbiano mai usato questo materiale come rifiuto, che avrebbe altri tipi di costi e procedure. No, mai: assicura la società, che ne ha sempre fatto un prodotto. L’Ispra però vuole vederci chiaro in questo doppio permesso e ha bloccato il commercio.

Fonte: Il Tirreno del 02/09/2014

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